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NELSON, sequel di COME L’ANTENNA PER I PASSERI

 

Chi non teme la scoperta, non ne è degno.

Elias Canetti

 

 

1

Il risveglio di Nelson

 

 

Nelson apre gli occhi. C’è un senso di mattino nell’aria, ma la stanchezza delle ossa e dei muscoli ha il sapore della notte più nera. Deve essere stata dura ieri sera, pensa.

Nelson prova a immaginare il tempo prima del risveglio. Rivolge il cuscino, si gira dall’altra parte, comincia a ricordare. Chi ero ieri? Dove? E con chi? La luce cade dalla finestra chiusa, sopra e sotto le tende, a rotoli fitti e stretti. Illumina un mobile di legno finto, uno specchio, una sedia vestita di nero. È la mia giacca, pensa Nelson, la riconosco. E la camicia che ho addosso, con la quale ho dormito, anche questa è mia. Non credo di essere a casa. Non ce l’ho neppure una casa. L’ultima volta è stato da Chiara, a Roma. Lei mi ha accolto come una bolletta del gas. Le avrò fatto pena. Forse mi voleva bene, chissà. O entrambe le cose. Ad un certo punto ho perfino pensato che mi amasse. Non lo so. Mi sono sempre chiesto che cosa vogliano dire gli innamorati quando dicono ti amo. Non l’ho mai capito. Ma se un giorno dovessi alzare le braccia e arrendermi alla vita direi proprio così, ti amo. Tanto, poi, so che la vita non risponderebbe, e non correrei il rischio di sentirmi dire anch’io. Né di dover spiegare quello che ho detto. La vita lo saprebbe già. Ti amo lo direi per me stesso, per accordare un suono al gesto, per darmi un tono.

Non è una casa questa. Nelson rifila una spallata al cuscino, salta in piedi sul letto e si guarda allo specchio. Quello sono io, dice. Però, mi sono trattato bene ultimamente. Sembro invecchiato, ma la barba è fresca di giornata e i capelli devo averli tagliati da poco. La camicia, dello stesso colore delle lenzuola, e altrettanto pigra, è di buona qualità, guarda che bottoni, e che collo. Vuoi vedere che mi sono messo in riga?

Nelson scende dal letto e cammina a piedi nudi. Sotto la camicia ha un boxer blu. Cerca i pantaloni. Devono essere da qualche parte. E dentro ci sarà anche un portafoglio. Non si va in giro senza documenti, no? Forse sono sotto la giacca. Spoglia la sedia, perquisisce una alla volta le tasche esterne e interne ma non trova nulla. Dove sono finiti? Nelson prova in bagno, un inferno di maioliche verdi. Anche il cesso e il bidet sono verdi, l’interno del box doccia, il piano del lavandino, il pavimento, anche quello verde, con al centro un punto blu, i suoi pantaloni accasciati. Li prende, guarda nelle tasche e niente, nessun portafoglio, nessun documento. Soldi neanche a pensarci. Altro che mettersi in riga, pensa Nelson. Questo è un albergo. Meglio filarsela prima che qualcuno venga a presentarmi il conto. Raggiunge la finestra, scosta le tende e tira su le serrande. Fuori c’è il solito mondo, con il cielo, il sole dall’altra parte dell’albergo, e torri di ferro giganti che stringono tra le braccia una matassa di fili dell’alta tensione. Più in basso, al di là della strada, la strada ferrata, e dietro i cavi sottili una pennellata di mare. Come ci sono finito qui? pensa Nelson. Non è Miami, neppure Tenerife, non che ci sia mai stato, ma si capisce che sono in Italia. Mi chiedo come mi sia venuto in mente di prendere un albergo accanto al mare. Sarebbe troppo anche una bettola intorno alla stazione Termini, figuriamoci un albergo di terz’ordine fuori città. Me ne vado. Mi calo giù dalla finestra e me ne vado.

Nelson mette su i pantaloni, infila la giacca, le scarpe e spalanca la finestra. È solo il primo piano, pensa. Basta scavalcare il davanzale, raggiungere la grondaia e calarsi giù come un ladro. Fanno così i ladri, no? Nelson scavalca il davanzale, afferra la grondaia e comincia a scivolare con le scarpe di gomma a frenare la discesa. Fanno così i vigili del fuoco, no? Ma Nelson non è né un pompiere né un ladro e a metà del percorso cade con il sedere a terra. E pensare, dice Nelson, che fino a qualche tempo fa riuscivo a spiccare il volo con un colpo di reni.

 

– Signor Nelson – dice un pinguino vestito con una giacca lisa di tre generazioni e i pantaloni abbinati per somiglianza – ma che cosa le è successo? Come sta?

Ho capito bene? Il pinguino ha detto signor Nelson. Signore!

– Vuole che chiami un’ambulanza?

– Ma quale ambulanza? Mi dia una mano a tirarmi su.

Dall’ingresso dell’hotel s’avanza un codazzo di inservienti in rispettosa fila indiana, perché indiana poi, dietro quello che evidentemente, certamente, inevitabilmente è il direttore dell’albergo.

– Cosa le è successo signor Nelson?

Sono un signore, pensa Nelson. Se lo dice anche questo deficiente devo esserlo sul serio.

– Ascoltavo il cielo – risponde. – Quello, il cielo dico, ha il vizio di parlare piano, mi sono affacciato per sentire e sono finito con il sedere per terra. Ma qualcuno mi aiuta a rimettermi in piedi?

Gli inservienti si aprono come un ventaglio e un braccio sotto l’ascella, uno intorno al collo, l’altro tra le gambe, quello di un tipo con le sopracciglia a sesto acuto che ha tutto un suo interesse ad affannarsi tanto, lo rimettono in piedi come una rock star.

– Signor Nelson – dice il direttore, tutto pancia, pappagorgia, occhiaie e lobi di sette etti l’uno – non capisco questa storia del cielo. Sta proteggendo qualcuno?

Che razza di domanda è? Ma perché non la smettono di guardare tante serie televisive? Nelson rivolge lo sguardo al cielo. Ha gli occhi lucidi, sembra un Pierrot.

– Cerco sempre di ascoltare il cielo – dice. – A volte ci riesco, altre no. Oggi è andata male. Mi dica quanto le devo e tolgo il disturbo.

– Ma come, ma come…

– Mi dica quanto le devo e la finiamo qui – spara Nelson con l’aria di un personaggio da libro che dice una cosa del genere.

– Non capisco, mi scusi. Lei ha un mese pagato, pensione completa. Vuole andare via?

Col cavolo, pensa Nelson. Col cavolo.

– Intendo per la grondaia – quando si dice un colpo di genio.

Il direttore guarda in alto. Il codazzo copia il suo sguardo, un’interrogazione al cielo, l’attesa di una manifestazione divina, un’epifania.

– Dunque? – grida Nelson.

– Non vedo nulla – risponde il direttore in un mare di teste annuenti.

– Lei non vede e io non riesco a sentire. Oggi con il cielo va così. Torno in stanza – dice Nelson liberandosi dall’ultima mano che gli è rimasta attaccata addosso, quella con le sopracciglia.

 

In camera Nelson cerca di riordinare i pensieri, come se togliesse gli indumenti da uno stendino non suo, con abiti non suoi, mai lavati, in una lavatrice che non c’è.

Vediamo, dice Nelson. Sono in un albergo senza nome, in un posto che non conosco, pensione completa per un mese già pagata da chissà chi. Certo, potrei chiederlo al direttore. Ma se fossi stato io a pagare? Che figura ci farei? Se solo non mi spegnessi… Hai presente un cellulare senza più credito o batteria? E un essere umano all’altro capo del mondo al quale vorresti dire che lo ami, che lo odi, che non pensi a lui, che non gli scriveresti più, e lo fai, e non vuoi più sentirlo, e la sua voce è il cielo e la terra, il ghiaccio nella glassette, la glassa sulla torta, le candeline sulla torta di compleanno e la bambina della quinta elementare che hai amato per cinque anni senza dichiararti, e lei lo sa, ma fa finta di niente? Ecco, Nelson si spenge e non può più parlare con la persona dall’altra parte del muro. Che è lui stesso, la sua vita, una strada lastricata di voragini. Cammina, d’improvviso sprofonda, allo stesso modo riaffiora, guarda indietro il sorriso sdentato della sua via e sorride anche lui, e spesse volte piange. Però ricorda tutto. Tranne i vuoti, ricorda tutto. Ricorda Chiara, l’ultima notte a casa sua, a Roma. Chi ha parlato per ultimo? Lei, oppure io? Ce ne staremo dritti come passeri su un’antenna, con la vita che ci frigge sotto ai piedi. Chi l’ha detto? Lei, Nelson o le nostre anime in coro? Menti, sé, spiriti, visitatori comuni, angeli di carta, bellezza infusa, neurobiologia sincronica? E Chiara dov’è adesso? Perché sono qui solo, senza passeri e senza antenne, con la vita che non frigge, ma sfugge e a vuoti aggiunge vuoti e domande con la bava alla bocca, e denti speroni? Ho un mese davanti di vitto e alloggio pagati e, per quanto ne so, chissà se mi ricapiterà più. Per qualunque ragione sia qui, tanto vale dormire, mangiare e lavarsi. Qualcosa, alla fine, arriverà. Altrimenti riprenderò le valige che non ho e via per la mia strada. Perché fuggi dove vuoi Nelson, nello spazio e nel tempo, ma tanto sei tu l’obiettivo che gira, la camera che registra, lo schermo che proietta e, se ti va male, anche lo spettatore in sala che guarda, l’unico.

 

Nelson scende in strada, non prima di aver consegnato le chiavi della stanza con gesto di sufficienza e un tintinnio di stizza al concierge nella hall. Destra o sinistra? Di fronte c’è la ferrovia che chiude il passaggio al mare. Avrebbe dovuto chiedere informazioni invece di tirarsela come un calabrone. Dove tira il vento, dice Nelson. Si ficca un dito in bocca, ma non la punta, tutto l’indice, falange, falangina e falangetta, lo estrae, alza il braccio e aspetta. Non c’è un refolo che sia uno. E fa caldo, un caldo umido di mare, una diapositiva giallo seppia appesa ai fili della ferrovia.

Sul polpastrello si compie il miracolo, come un tocco di donna, Michelangelo in gonnella. Verso destra, dice il vento, deve essere da quella parte la città. Quale, non saprei. Ma è importante? Basta mettere un piede davanti all’altro, qui, sulla linea bianca della carreggiata, e via andare.

 

 

2

Tempo

 

 

La linea bianca al bordo della strada, quando era piccolo, Nelson pensava che, per quanto lunga fosse, si sarebbe ricongiunta al punto di partenza, come un cerchio sbilenco che porta sempre a casa. Per questo, pensava Nelson bambino, devo imparare ad attraversare la strada da solo, altrimenti non andrò mai da nessuna parte. Perché è vero che prima di tornare avrei visto più o meno tutto il mondo, ma a che serve? Ci vuole un gran tempo per tornare a casa così. E con dieci o venti anni in più, e le foto di tutto il mondo appese all’anima, poi, dove te ne vai?

Con simili pensieri nella testa e nelle gambe, Nelson raggiunge il centro abitato. Il cielo scorre tra le case basse e i palazzi come il cemento tra le maioliche di un bagno. Come si chiamerà questo posto? Nelson entra nel primo negozio che incontra. Un bar tabacchi.

– Buongiorno – dice – dove siamo qui?

Il cassiere lo guarda di traverso. Ha i baffi accennati, come chi abbia dimenticato di raderli, e le sopracciglia più in ordine dei pacchetti di sigarette alle sue spalle. Dev’essere una moda del litorale questa delle sopracciglia.

– Come si chiama questa città? – insiste Nelson.

Quello tira su le sopracciglia e muove i baffi.

– Si chiama Casanebbia.

Un nome pessimo per un posto di mare, pensa Nelson. Ma tace per l’effetto che avrebbe sui baffi e sulle sopracciglia del cassiere.

Dice grazie, invece.

– E il mare dov’è?

– Al primo cavalcavia giri a sinistra, se lo trova di fronte – parole pronunciate con il sollievo di chi si libera di un pazzo.

 

Perché sono qui? si chiede Nelson. C’è qualcosa che devo capire? E quanto tempo ho? A questa domanda la risposta c’è, un mese. E poi? Di nuovo spiantato e vagante, triste e bello, come il mare che gli si para davanti, con i lampioni conficcati tra le onde. Nelson, non sarai felice mai, fidati di me. Non sai neppure quello che cerchi, come speri di trovarlo? Forse dovresti piangere. E se stessi scappando per l’ennesima volta? Ma da chi, da cosa? È inutile che corri, cammini, ti confondi. Fermati, una volta per tutte.

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