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ESTRATTO DI “ISTRUZIONI POETICHE PER MIO FIGLIO”

Crescerai, è un fatto. Ed è qualcosa di buono. È una festa.

Una festa con le maschere nere e bianche, grigie anche, dirà qualcuno. Ma io dico anche rosse e blu, e amaranto e gialle, e verde ortica, e rosso bandiera – una parte, va bene, ma va bene – e blu, note blu.

Crescerai, ed è un fatto che ho già visto.

Il ragazzo, il giovane, e poi l’uomo prenderanno il posto del bambino, ma spero che il bambino che adesso sei, quando crescerai, continuerà ad avere un posto nella tua vita.

Crescerai e volerti bene sarà più difficile, perché tu me ne vorrai, come è successo a me con mio padre, e non ne avrai idea. Perché ti servirà odiarmi qualche volta, e il mio amore sarà lasciarmi odiare.

Crescerai e saprai leggere un libro intero, un libro come questo.

Fra quattro, cinque, sei anni? Che importa? È a te, all’adolescente che sarai che ho deciso di scrivere. Direi ancora di più: vorrei che tu leggessi questo libro quattro o cinque giorni prima dei primi bollori, dei primi rossori, prima della prima ricerca del brivido che è nel cuore stesso della vita.

Crescerai e ascolterai la tua musica, amerai un pittore che ancora non conosco, un poeta che adesso avrà la tua età, e saprai molte più cose di quelle che so io oggi.

Dovrai scegliere, soffrire dolori che non saprò, e gioire di felicità che forse vorrai condividere con me. Ed è tutto bello, è tutta una festa. È la festa della vita, la vita di mio padre, la tua e la mia e, chissà, dei tuoi figli.

Una festa piena di neri, di bianchi, di grigi, e di colori che farò di tutto, questo libro compreso, perché tu possa sentire, toccare, nominare, e dimenticare quando vorrai chiudere gli occhi e sognare in pieno giorno.

Oh, anche a occhi aperti. In pieno sole, e senza questo libro.

CAPITOLO I

Caro Filippo,

non so, e non posso sapere, che posto avrà la poesia nella tua vita. Mi piace pensare che un posto l’avrà, piccolo o grande che sia, e che sarai in grado, più di me, di darle il giusto valore, non di più e non di meno, senza eccessi, come invece mi pare di aver fatto per tutta la mia vita cosciente e incosciente.

Ma questa paternale non la meriti.

Meriti, invece, che ti dica quanto posso, e senza fronzoli. Per un motivo: perché tu possa godere della poesia senza perderti, come ho fatto io, nel tentativo di comprenderla.

Per prima cosa vorrei dirti che la poesia non si dice, si fa. Per essere più chiari: poesia non è dire, è fare, ed è un fare delle parole. Quando a Villa Ada ti vedo prendere un ramo per terra e usarlo come una spada, e poi come una pistola, e poi come una freccia, e finisci per scagliarmelo contro come se fosse una granata, ecco, stai facendo poesia.

Il ramo è un ramo, ti dirà qualcuno quando sarai grande – quando leggerai questo libro sono certo che avrai collezionato già un discreto numero di “realisti”. Fallo per me, non dargli torto.

Se uno vede un ramo e non vede niente altro che un ramo non sarà mai un poeta. Però potrà essere un buon fornaio, o anche un falegname, addirittura un ingegnere, per non dire uno scienziato che saprà elencare uno ad uno tutti gli elementi chimici che rendono ramo un ramo.

Stringi loro la mano, ringraziali del pane, del caldo che viene dal camino, e del cassetto nel quale riponi i calzini e le mutande. Poi, però, torna a sparare con il ramo, o con quello che prenderà il posto del ramo nella tua vita, e a lancialo come ti pare.

Sapessi quante se ne sono dette sulla poesia da quando l’uomo scrive poesie!

Si è detto, per esempio, che una poesia è tale perché obbedisce alle regole della metrica, oppure della rima. È un’idea antica, questa, ma che ha ancora molti sostenitori. E bisogna avere rispetto delle idee antiche. Abbiamo inventato anche un termine per questo genere di idee.

Le chiamiamo classiche.

E classico vuol dire tante cose, oltre che antico, vuol dire anche stabile, oppure eterno, o anche tipico. Per fortuna, però, ci sono anche poeti che non hanno rispetto delle teorie antiche, e si decidono a chiamarle vecchie.

Lo so, ti può sembrare ingiusto, ma a volte ci vuole un po’ di coraggio, il coraggio di un saltatore di pozzanghere. Da piccolo lo facevi spesso, e a volte ci riuscivi, a volte no, ti inzuppavi i piedi e ridevi, e io mi arrabbiavo, ma per finta, perché veniva da ridere anche a me.

Quando devi saltare, infatti, non stai lì a preparare il salto perfetto. Quello che conta è lo slancio, il desiderio di arrivare dall’altra parte. Ecco, certi poeti sono saltatori di pozzanghere maldestri e scapestrati.

E quando arrivano dall’altra parte, o si inzaccherano le scarpe come facevi tu, non si preoccupano più solamente del salto, ma di dove hanno messo i piedi. Così, saltata la pozzanghera della metrica e della rima, sono finiti in un mondo nuovo.

Qui i rami non sono più solamente archi, frecce e pistole, ma scaglie di draghi, dita di maghi, flauti caduti dall’orchestra del cielo. Solamente così i poeti possono dire: Oggi suonerò il flauto sulla mia colonna spinale.

Però sto correndo troppo.

Ho detto che la poesia non si dice, si fa, ed è un fare delle parole. Ma cosa si può fare con le parole? L’ho capito un giorno in gita a Pompei, e voglio raccontartelo.

Avevo 13 anni credo, più o meno l’età che avrai tu quando leggerai questo libro. Uno dei miei amici del liceo aveva portato con sé un libro di poesie e l’aveva infilato nello zaino insieme a qualche bibita, ai panini e alla giacca a vento.

Era un tipo strano il mio amico.

Prima di allora, per me le poesie stavano nei libri di scuola ed erano materia di studio, cioè un fastidio, e di interrogazione, cioè un castigo. Pensare che qualcuno potesse leggere poesie senza essere costretto mi sembrava già abbastanza assurdo.

Vedere poi che questo stesso amico cercava ogni momento di solitudine per aprirlo e leggerlo mi parve addirittura impensabile. Che cosa c’era di tanto bello in quel libro? Non era già abbastanza penoso dover andare in giro per una città morta, dietro a una guida turistica ad ascoltare una storia vecchia di 2000 anni?

E i professori, anche loro, figure ostili abituate alla frontalità della cattedra, alla separazione tra chi guarda e chi è guardato, tra chi dice e chi ascolta, vederseli accanto, fingere una certa familiarità, fingersi interessati, non bastava tutto questo, ci voleva un libro di poesia?

In pausa pranzo mi decisi a chiedergli di dare un’occhiata. Lui non disse nulla, mi passò il libro e continuò a mangiare. Era Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud. Ti confesso che non avevo idea di chi fosse costui. Per quanto ne sapevo poteva trattarsi di un centravanti dell’Inter o di un operaio in pensione.

Aprii il libro a caso e cominciai a leggere le prime righe che mi capitarono davanti. Pagherei oro per riuscire a ricordare quali fossero. Ma oro non ne ho, e memoria ancora meno. Così mi piace pensare che siano queste le parole che lessi…

Fame. Quando ne ho voglia non è che per la terra e le pietre. Io mi cibo sempre d’aria, di roccia, di carboni, di ferro. Mie fami, svoltate. Pascolate, fami, al prato dei suoni. Attirate il gaio veleno dei vilucchi. Mangiate i ciottoli spezzati, le vecchie pietre di chiesa; i sassi dei vecchi diluvi, pani sparsi nelle valli grigie. Il lupo ululava tra le foglie sputando le belle piume del suo pranzo di pollame: come lui io mi consumo.

Quel giorno capii che le parole, le stesse parole che usavo tutti i giorni per parlare con i miei amici, con mia madre, per chiedere un consiglio, potevano essere usate in un altro modo, del tutto diverso.

E che si potesse fare con le parole molto di più che chiedere un bicchiere d’acqua, domandare l’ora o lamentarsi per qualche dolore. Fu una rivelazione. Prova a pensarla così: per fare un quadro hai bisogno di colori, del pennello, della tavolozza e della tela.

Per girare un film hai bisogno di attori, di macchine da presa, della pellicola. E anche per il teatro c’è bisogno di tante cose, i vestiti, per esempio, o la scenografia, oppure le luci.

Per scrivere poesie, invece, hai già tutto.

Sei il ricco più ricco del mondo, perché hai tutte le parole a disposizione e le puoi usare come vuoi, quante ne vuoi, e finché ti va. Capisci la meraviglia?

È questa la parola giusta per descrivere quello che provai quel giorno a Pompei, e un solletico, come sentirsi friggere, dritto nello stomaco e nel cervello, e fino alle gambe.

Ma questo, Filippo, è solo un racconto.

E i racconti hanno le loro regole, così come la poesia che obbedisce alla metrica, alla rima e alle forme. Ti dico la verità, non credo che quel giorno a Pompei abbia capito quello che ho scritto adesso. Piuttosto ho portato a casa con me, nello zaino vuoto di panini e bibite, un altro vuoto, quello del libro che per pochi minuti avevo avuto tra le mani, e, ancora di più, il vuoto lasciato dalla sensazione provocata dai pochi versi che mi era capitato di leggere.

Da dove nasceva quella meraviglia? Avrei potuto essere anche io un creatore di meraviglia? Dove, come e da chi avrei potuto imparare? Forse per questo ho cominciato a scrivere, a interrogarmi, a leggere quanto ho potuto – molto meno di quanto avrei voluto. Domande che sono ancora qui, accanto a me, appese ai muri di casa insieme ai nostri disegni, i tuoi e i miei.

CAPITOLO II
CHE COSA FA LA POESIA? 

Mettiamola così: c’è chi scrive e c’è chi legge.

Per ora lasciamo perdere i poeti e concentriamoci sui lettori. A questo proposito, mi sento di dire che in poesia la legge della domanda e dell’offerta è un po’ squilibrata nel senso dell’offerta: ci sono quasi più poeti che lettori di poesie, o almeno così mi pare.

Perciò, se la Musa avrà il garbo di non rompere le scatole a te, Filippo, come ha fatto con me – sia chiaro, non sto dicendo di essere un poeta, sto solo dicendo che la Musa si è preoccupata di stuzzicarmi, come certe donne che amano essere desiderate – potrai dedicarti a leggere i poeti senza preoccuparti di essere uno di loro.

Ma cosa fa la poesia? È una domanda difficile alla quale rispondere. Sarebbe stato molto più semplice elencare quello che la poesia dice.

Per esempio, la storia della letteratura ci ha consegnato una serie di forme per determinati contenuti: l’elegia, il sonetto, il madrigale, la ballata, l’ode, la canzone… I poeti hanno deciso che per un certo argomento la forma migliore di espressione è una e non un’altra, con tanto di metrica, stile, e quantità di versi.

È un po’ come fai tu adesso con le scarpe. Secondo te quelle rosse sono più veloci di quelle nere perciò, se dobbiamo correre, sai già quali indosserai. Insomma, se una poesia parla d’amore avrà una certa forma, se parla della bellezza della natura un’altra e se invece elogia qualcosa o qualcuno un’altra ancora.

Però non è così semplice. La terzina, cioè tre versi uniti dalla rima, per esempio, è stata usata dalla poesia allegorica, morale, satirica e burlesca, come dire per la frutta, il pesce fritto e il gelato cioccolato e fior di latte, come piace a te.

E allora facciamo così, se sei d’accordo. Da questo breve e sgangherato elenco avrai capito che la poesia “dice” più o meno tutto in tante forme diverse, a meno che tu – perdonami questa terribile formula retorica – non voglia distinguere, come pure hanno tentato menti illustri in ogni tempo e luogo, tra poesia “vera” e “non vera”, tra poesia “alta” e “bassa” a partire dalla materia di cui la poesia si occupa.

Ecco, Filippo, tuo padre non lo farà. Per quanto mi riguarda non c’è materia che non sia poetica o che non possa esserlo. E vale anche per ciò che è sporco, volgare e basso. Ma, certo, non devo insegnarlo a te bambino – sarà ancora così tra qualche anno? Se vedi una ghianda vuoi portarla a casa.

Una pozzanghera, vuoi saltarci dentro. Una foglia caduta è bellissima. Vale per le cose piccole, lontane e scansate quanto per qualunque belletto, pulizia e nobiltà. Non mi va’, però, di invertire chissà quale ordine, perché sembrerebbe quasi che il basso, passami il termine, valga più dell’alto (idem).

Quello che conta è che la materia è indifferente alla poesia. Quello che conta è ciò che la poesia “fa” con la materia, anche con il fango sulle scarpe.

RIPETO, CHE COSA FA LA POESIA?

Ci risiamo. Che cosa fa questa benedetta poesia? Facciamola semplice, Filippo: la poesia solleva. Guarda che in questo momento sto parlando al lettore, non al poeta. Sto dicendo che leggere una poesia, quella che secondo me è una poesia, solleva il lettore.

Facciamo l’esempio del gelato cioccolato e fior di latte che fin da quando parlavi appena era il tuo preferito (non c’è mica da vergognarsi, il gelato lo mangiano i bambini, gli adulti e pure gli adolescenti). In questo momento non sto parlando delle fave di cacao che occorrono per fare la cioccolata, né del processo che porta il latte a condensarsi per diventare una crema.

Sto parlando del fatto che a te, e a chiunque, piace il gelato quando è buono. Sto parlando del piacere di mangiarlo, di sporcarti la bocca, i vestiti e le mani, di mordere la cialda per sentirla scrocchiare sotto i denti… Ecco, diciamo che sollevare riguarda più chi mangia il gelato che il gelataio.

Oh, detto tra noi, anche il gelataio ha i suoi piaceri, ma, se permetti, di questo parleremo più tardi.

[…]

LA FAVOLA DELLO GNOMO E DELLA BIRRA

Ci avviamo alla conclusione, Filippo.

E come si conviene in ogni buon esercizio di retorica (ho deciso, per protesta, di attenermi alle regole) vorrei tornare all’inizio di questo libro, scritto “perché tu possa godere della poesia senza perderti, come ho fatto io, nel tentativo di comprenderla”.

Ora che ci penso, credo di aver sbagliato verbo: non avrei dovuto usare “comprendere”, semmai “capire”, oppure “spiegare”. Potrei risalire in cima e correggermi, ma non lo farò. Perché nella distanza tra capire e comprendere c’è tutto quel poco di buono che questo libro potrà darti.

La poesia non può essere né spiegata né capita, ma può essere compresa, nel senso di presa insieme a noi, insieme a ciascuno di noi. La poesia richiede un doppio grado di inconsapevolezza, piccolo o grande non importa (anche perché, poi, grande o piccolo rispetto a che cosa?): da una parte l’inconsapevolezza di chi la fa, dall’altra quella di chi la fa vivere nel momento stesso in cui la legge, la ascolta o la guarda.

Qui non c’è niente da capire e niente da spiegare. C’è, invece, una disposizione ad essere presi insieme, poesia e poeta, poesia e lettore, poesia, lettore e poeta da qualcos’altro, qualcosa che sta dentro e oltre la poesia.

Quando si capisce qualcosa, peggio ancora quando si capisce qualcuno, quando lo si spiega, quello che si fa è un tentativo di appropriazione: capire vuol dire proprio questo, prendere, tenere, acquisire, conquistare.

La poesia, invece, ha nella sua natura l’impossibilità di essere capita. Nessuno se ne può appropriare, neppure il poeta, che pure è il genitore dei suoi versi, come io sono tuo padre e tu non sei di mia proprietà.

Soprattutto, nessuno può considerare suo ciò che sta fuori dalla poesia, ciò che l’ha prodotta, quello che i versi suggeriscono, ma che mai e poi mai potranno contenere, o spiegare. La poesia, in fondo, è sempre altrove, nel quadro che guardi, nei versi che leggi o nel film che guardi e fuori da essi.

Purtroppo, noi uomini pensiamo l’altrove sempre in termini spaziali e temporali, come un luogo o come un tempo. E anche questo è un regalo della poesia: portarci per qualche istante in un altrove senza spazio e senza tempo, un altrove vicinissimo al posto in cui siamo seduti, in piedi o a spasso per la città.

Te l’ho detto, non è molto, me ne rendo conto. Perciò proverò ad aggiungere un piccolo più riguardo a una parola, inconsapevolezza, che può lasciare adito a fraintendimenti pericolosissimi. L’idiota, il bambino, il pazzo, sono le figure più gettonate nella ricerca dell’inconsapevolezza, dell’innocenza che la poesia richiede.

Sono anche questi dei come se: bisogna dipingere come un bambino, scrivere come un pazzo, vedere la vita come un idiota. La mia versione, la mia personalissima versione dell’inconsapevolezza, non l’ho trovata in un come se. L’ho trovata in una favola che ho letto da bambino.

Non la ricordo alla perfezione. Potrei cercare tra i miei libri e sono certo che la troverei. Ma non occorre, e andrei contro la mia idea di inconsapevolezza se lo facessi. La storia era più o meno questa. Un tizio aiuta un folletto a recuperare una pentola d’oro.

Il folletto, solitamente un essere cattivo e dispettoso, decide di sdebitarsi con l’uomo accordandogli un desiderio. Il tizio, un uomo molto semplice, chiede che la birra della sua botte non finisca mai. Niente affatto sorpreso dalla richiesta, il folletto accorda all’uomo questo miracolo (e miracolo, Filippo, significa proprio piccola meraviglia) a patto che lui non apra mai la botte per vedere che cosa c’è dentro.

I due si salutano cordialmente sapendo che non si sarebbero mai più rivisti. Per anni, per molti anni, l’uomo continua a spillare la birra dalla sua botte un bicchiere dopo l’altro, un litro, centinaia di litri dopo gli altri per se stesso e per i suoi amici, a pranzo, a cena e a Capodanno.

Anni durante i quali una domanda comincia a farsi largo nella sua mente: qual è la magia che rende possibile questo miracolo? Finché un giorno, stanco di aspettare, decide finalmente di aprire la botte per capire come sia possibile che la birra non finisca mai.

Si avvicina alla botte, toglie il tappo e vede che dentro non c’è niente altro che un ranocchio. Il ranocchio salta fuori dalla botte, scappa via e da quel giorno in poi niente più birra gratis e senza fondo.

Questo, Filippo, è tutto quello che so della magia, della poesia e della meraviglia. Lo sapevo già alla tua età e adesso lo sai anche tu.

ANCORA LA BIRRA DELLO GNOMO

L’ingenuo, il primitivo, il nuovo, l’innocente, il sorgivo, il naturale, l’immediato, l’inconsueto, lo spontaneo: sono solamente alcuni dei modi in cui quello che ho chiamato “inconsapevolezza” ha preso forma nel corso della storia delle arti.

Un elenco che potrebbe continuare e che, mio malgrado, dovrò invece interrompere a forza di noia e di una parola che sembra risolvere la sequenza una volta per tutte: creatività. Ah, Filippo, che sogno la creatività! Che splendore, quali grandezze lascia immaginare, e che orizzonti, e quanta assonanza con la cretinità, la forma più degenerata dell’inconsapevolezza.

Quando all’inizio di questo libro ho voluto inserire la frase di Charles de Saint-Evremond, La poesia esige un genio particolare che non concorda troppo con il senso comune. Talvolta è il linguaggio degli dèi, talvolta quello dei folli, raramente il linguaggio di un uomo assennato, intendevo proprio questo: un uomo assennato non può credere che la botte continui a produrre birra da sola e all’infinito.

Sia chiaro: questa frase non è stata scritta da un estimatore degli dei, della follia, dei poeti e della birra, al contrario. Un uomo assennato sa, e lo sapeva anche Saint-Evremond, che c’è un trucco e, sempre per assennatezza, finirà per scoprirlo. Peccato che, nel caso della poesia, l’unico effetto che avrà questa sua scoperta è prosciugare definitivamente la botte, oltre che, va aggiunto, trovarsi un ranocchio per casa.

E i ranocchi gracidano, ah quanto gracidano! I poeti, ho detto da qualche parte in questo libro, sanno benissimo di non sapere quello che fanno. Sanno che per dire “la luna è rotta”, come hai fatto tu da bambini, non ci vuole una scuola, ci vuole un folletto. In una scuola gli insegnerebbero tutti i modi in cui si può intendere il linguaggio figurato, chiamiamolo per nome, la metafora.

Con un paio di anni di duro lavoro e di letture complesse potrebbe stilare un elenco soddisfacente dei vari modi in cui le metafore sono state pensate, da Aristotele, sempre lui, fino ai giorni nostri. Potrebbe addirittura arrivare a capire che ci sono delle formule complicatissime che spiegano come una metafora funziona.

Tuttavia, in nessun caso saprebbe come fare delle metafore. Potrebbe copiarne qualcuna, al limite copiare il modo in cui alcune metafore funzionano. Ma vuoi mettere offrire un pranzo alla Musa e lasciarsele dettare una dopo l’altra e senza sforzo, come la birra che scende da una botte senza fondo?

Il fatto è che la Musa, gli angeli, gli spiriti guida e i blues arrivano solo a patto di non guardare nella botte, e guardare nella botte significa essere assennati. Ora, poiché siamo tutti abbastanza ragionevoli da sapere che le Muse non esistono, tantomeno i blues e gli angeli, non ci resta che sfasciare il muro razionale che ci separa da essi a forza di “inconsapevolezza” forzata.

L’uso delle droghe da parte degli artisti, soprattutto tra l’’800 e ‘900, è dovuto in parte alla necessità di liberarsi della gabbia della Ragione. Non che sia qui a giustificare una simile strada per arrivare alla nostra simpatica radura (non ci provare, Filippo, questo è peggio del bungee jumping).

È solamente un esempio per dire fino a che punto si possa arrivare attenendosi alla ferrea dieta dell’assennatezza: alla perdita definitiva del senno.

COME L’ARTISTA, IL POETA, DEVE PENSARE SE STESSO

E allora, papà? Come si deve fare? Quello che penso, Filippo, è che coltivare l’ingenuità sia già una forma di corruzione. Secondo me, quello che il poeta deve fare è abitare il limite evitando almeno tre tipi di errori (tutti gli altri andranno benissimo).

Primo errore: radicarsi al confine come un albero, rinunciare alla soglia e saldarsi nelle certezze. Secondo errore: gettarsi oltre il confine senza rete. Terzo errore: scendere e salire dal limite tenendo la corda attaccata da qualche parte, magari intorno al tronco dell’albero nel quale ci siamo trasformati e ridotti.

Scampate queste tre disgrazie, tutti gli altri fallimenti andranno alla grande. Provo a stilare un piccolo elenco di consigli pratici per ottenere ottimi naufragi:

  1. Considerarsi un angelo in visita sulla terra, ma con le scarpe sporche di pozzanghere

  2. Immaginare di avere le braccia lunghe 2 metri

  3. Calcolare quale sia l’altezza opportuna per il proprio genio interiore, a partire da un’altezza minima di 3 metri e 20 centimetri

  4. Imparare a ibernare le parole e le immagini

  5. Riportare al bollore le parole e le immagini ibernate in meno di un battito di ciglia

  6. Avvicinarsi alle cose del mondo, tutte, sogni e bistecche, come ci si avvicinerebbe a un castello senza porte

  7. Non cercare di aprire un varco nel castello. Impara ad aspettare

  8. Nel castello non si entra. Perciò goditi la visita del castello e tieni la penna a portata di mano

  9. Se qualcuno o qualcosa ti offre le chiavi per aprire le porte del castello sappi che non sono le chiavi del tuo castello

  10. Studia molto. Ma prima di entrare nel castello dimentica tutto

  11. Non correre dietro ai terremoti. Cerca di stare più vicino possibile all’ipocentro

  12. Non cercare le parole, i colori o le note. Se ti venisse questa tentazione esci e vai a trovare un’amica

  13. Diffida dei tuoi desideri. Credere di sapere sempre ciò che si vuole è un’idea da commercialisti

  14. Compra vini di qualità (tra qualche anno)

  15. Non prenderti troppo sul serio: nel fare poesia accontentati di sentirti l’imperatore dell’universo. Subito dopo riponi scettro e corona nel cassetto delle mutande

  16. La regola numero 16 è la più importante

  17. Dai alla ragione ciò che è della ragione

  18. Se i blues vengono a trovarti tienitelo per te, ma cerca di capire che nome hanno

  19. Prova ad essere libero e felice. Se invece fossi costretto a scegliere, punta sulla libertà: ti assicurerà naufragi molto più variegati

  20. Se in un elenco di regole vuoi arrivare a un numero tondo una soluzione si trova sempre

ILLUMINARE I SENSI, FERMARE LA MENTE, INCANTARE IL CUORE

Gli scienziati hanno le loro formule e anche gli artisti sono sempre in cerca di vie sintetiche per fermare quello che sentono, intuiscono o pensano.

Tra tutte le formule possibili, quella che da il titolo a questo capitolo mi sembra la più esauriente per definire, se non una volta per tutte, una volta di più lo stato del quale vado parlando fin dall’inizio di questo libro: illuminare i sensi, fermare la mente, incantare il cuore.

Dimmi, Filippo, ti sembra o no il modo migliore per definire la meraviglia, ovvero quello che l’arte fa? Illuminare i sensi, per prima cosa. L’arte è capace di dare nuova e maggior vita ai sensi, a tutti i nostri sensi.

Quando dico che l’arte vivifica intendo proprio che toglie via la polvere dai polpastrelli, dagli occhi e dalle orecchie. L’arte apre i canali di contatto sensoriali con il mondo e gioca con essi, disponendo tutta la materia, sia essa sensibile o intellegibile, in maniera tale che impatti sui sensi al fine di esperirne tutto il potenziale.

Seconda cosa, fermare la mente. Questo effetto dell’arte è più difficile da definire, e tuttavia proverò a dartene conto. Prova a immaginare la nostra mente come il mare: la superficie è sempre continuamente i movimento.

Le onde che la attraversano in superficie possono essere grandi o piccole, lunghe o corte, fitte o rade, ma come nel mare sarà impossibile trovare una zona della mente che non abbia un’increspatura. Chi fa meditazione trascendentale, zen, oppure prega il Rosario, in sostanza non fa altro che tentare di fermare il movimento delle onde.

Può sembrare facile, ma è un’attività lunga e faticosa. Ci sono tecniche molto accurate per raggiungere questo stato di inerzia, il vuoto del pensiero (leggi assenza delle onde) che richiedono concentrazione e anche un ambiente adatto.

L’arte, stando sdraiati sul letto, riesce a raggiungere lo stesso stadio con molto meno sforzo, spesso all’improvviso e senza tecniche particolari. Tutto ciò che richiede è una certa disposizione all’abbandono, quello che prima ho chiamato inconsapevolezza, e ancora prima tuffarsi con il bungee jumping.

Terzo, incantare il cuore. Una definizione accattivante, ma niente affatto facile da spiegare. Incantare vuol dire proprio trovare una formula magica per portare il cuore, diciamo le nostre emozioni e i nostri sentimenti, lontano lungo un sentiero. Incantare, infatti, viene da cantare, mettere in versi, suonare una melodia di parole, e cioè rapire il cuore al proprio egoismo e portarlo oltre, più in là, oltre i limiti del petto.

Il cuore, lo sai, Filippo, normalmente batte così, dentro di noi e per noi, anche quando batte per qualcun altro. L’arte, invece, lo porta oltre il confine dell’egoismo e lo avvicina alla mente e ai sensi, e cioè quello che l’assennatezza della ragione ha separato, così crede, una volta per tutte.

Illuminare i sensi, fermare la mente, incantare il cuore: è questo che l’arte fa, e la poesia in massimo grado. è questo lo stato che provoca, e questo lo stato che trasmette. Uno stato che non si può quantificare, ma che certamente risponde a misure come “il molto”, il “più di molto”, oppure al “tanto” e a “un po’ meno di tanto”. Misure così, indefinite, come per forza deve essere la poesia, pena non essere affatto.

Marco Marrocco

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