Cerca
Close this search box.

DIARIO, UN ESTRATTO

La mia è una lunga, infinita e, in fondo, impossibile esplorazione del sé. Ma non del sé del soggetto, di quello che io sono in quanto Marco Marrocco, nato il, codice fiscale etc. Neppure delle mie personalissime quanto importanti relazioni e correlazioni con esseri e cose. Il mio è un viaggio nel sé in quanto essere umano in generale, di genere essere umano. Questo non vuol dire che io non sia determinato da questa o quella relazione con il modo, la natura, la storia o gli altri. E, anzi, esse, le singole determinazioni, sono sempre e ovunque oggetto di creazioni artistiche, mi si perdoni l’orrenda definizione (se non da parte mia, di altri sé che esplorano il sé). La ragione della sopravvivenza degli dei pagani, di Cristo, delle favole, risiede nel fatto che esse, ed essi, hanno avvicinato il luogo del sé oltre le determinazioni temporali, storiche, egoistiche… Esse sono diventate la forma del sé nella migliore delle forme disponibili. È questa una storicità di altro genere, direi logaritmica, laddove il tempo lineare della storia, euclidea, parmenidea, eraclitea, disegna solamente due possibili fronti: ciò che scorre e ciò che è fermo. Qui si intende invece la determinazione seconda di uno strato epidermico della luce, la sua materializzazione, il suo concepimento. Detto meglio: il venire alla luce della luce. Più esattamente: il venuto alla luce della luce.

 

Bisognerà aggiungere che anche il venuto alla luce della luce ha le sue determinazioni temporali. Ma esse non ne sono che la forma esterna, una maniera, diciamo così, che la luce del sé ha preso in prestito dalle forme storiche disponibili.

 

Un corto circuito mi si è chiarito alle ore 1.30 di ieri notte. E ha allontanato il sonno finché ha potuto. Da una parte sono convinto, con Vincent Van Gogh, che i grandi capolavori siano tali perché portano inscritti i segni di dio. Da questa stessa parte sono certo, con tutto ciò che sento, che non siano possibili poesia, capolavori, né amore, senza una scintilla che sia solamente umana. Dall’altra nego con la ragione e la scienza e la tecnica e il sapere che ci sia qualcosa oltre l’umano, ivi compreso dio, l’amore e la poesia. Al massimo, dice la ragione, chiamiamo dio, poesia, amore, ciò che di più alto l’umano possa esprimere (l’alto e il basso sono le coordinate spaziali della spiritualità umana; può darsi che mi sbagli, ma non c’è traccia di inferni in cielo né di paradisi negli abissi). Forse una sintesi è possibile: che dio, l’amore o la poesia esistano come entità separate dalle preghiere, dai baci e dai versi non è importante. È importante che se ne faccia testimonianza. Sì, forse è una buona sintesi. Ma quanto sarebbe diverso non solamente sentire, ma essere fermamente convinti dell’esistenza di dio, dell’amore  e della poesia? E, per converso, come sarebbe diversa la vita senza le vette di dio, dei baci e dei versi? C’è poco da invidiare chi ha soldi, successo, fama. Nessuno è più invidiabile di chi nutre una incrollabile fede in dio. Come appare misera la religione dell’alto umano di fronte alla fede in un essere superiore! E che straccione è l’uomo che crede a metà di fronte all’ateo convinto e senza paura. A un ateo sincero, e la sincerità per un ateo è la prima delle virtù, virtù che esercita in primis verso se stesso, potremo chiedere di chiamare amore e poesia con il loro nome: fronzoli della natura, ghirigori della mente, fregi della coesistenza, al massimo, astuzie dell’istinto.

 

La via dell’ottundimento. Chiamo così la sbornia dell’amore, la sbornia della poesia, anche la sbornia di dio. “Mi ha preso”, “sono stato trascinato”, “ho perso il senno” e via con questa dieta della mente, con la fanteria al galoppo sui colli delle trincee della ragione. Bene. Benissimo. Un trionfo, anzi. Peccato che i cavalli si stanchino insieme ai cavalieri e che le trincee scavate siano solchi dai quali spuntano presto gli elmi della ragione vendicatrice. La via dell’ottundimento è una delle tante altalene. La via di chi ha scelto di non scegliere, di chi non ha il coraggio di andare fino in fondo. E così si va a fondo senza andare da nessuna parte.

 

La via della lacerazione. Chiamo in questo modo l’eroismo umano della rassegnazione attiva. Dice l’eroe lacerato: la condizione umana è una ferita non rimarginabile. Essere vivi come esseri umani vuol dire accettare l’impossibilità di vivere pienamente. Nessuna soluzione, chimicamente intesa, è possibile dall’unione dell’olio della ragione con l’acqua dello spirito. Rassegnazione attiva però. Perché dall’impossibilità della ricomposizione di qualsivoglia unità l’uomo trae la sua forza. Non c’è nulla da sperare per l’uomo. Egli è già una speranza incarnata e una lacerazione incarnata. È questa la via della grecità classica.

Share the Post: