Cerca
Close this search box.

Considerazioni generali sulle Lezioni di Estetica di Hegel

 

Nella prima parte del libro leggo una serie di ovvietà disarmanti sul bello artistico che non è quello naturale (salvo poi rifilarci, nella forma più astrusa e caotica, una serie di nequizie sul bello degli animali[1], delle piante e dei cristalli); che l’arte prevede necessariamente un intervento umano (spirituale, si affretta a dire Hegel); che l’arte è imitazione, ma con uno dei suoi fini nella gradevolezza; e, chicca delle chicche, il suo compito finale è di tipo morale. Ma non basta, c’è anche una parte dedicata al talento naturale dell’artista in opposizione alla normatività e replicabilità delle regole dell’arte, dal che si desume solamente un concetto interessante, e cioè che le regole e le tecniche delle singole arti sono più facilmente assimilabili da chi abbia una inclinazione naturale per una determinata espressione artistica.

 

ARTE E ARTEFATTI

Altro passaggio interessante quello per il quale si distingue tra un fare artistico, tra la poiesis, dico io, e il rivestimento estetico del concetto. Per dirla con Hegel: “Se il contenuto dell’arte non è in base alla sua natura già immagine, allora l’immagine è solo un accessorio, e il contenuto artistico in sé spezzato, da un lato astratto, dall’altro coperto da una decorazione esteriore di immagini, che è mera apparenza.” Niente da eccepire, anzi. Purtroppo, però, nulla è dato sapere sulla natura di tale “natura”, né quale sia la fonte delle immagini che non sono rivestimenti di concetti, se non la natura stessa (ciao core, come disse…). E, tuttavia, solo nell’opera d’arte si concretizza e si manifesta lo spirito nella sua libertà, dice Hegel. Bene! Andiamo avanti.

 

LA MORTE DELL’ARTE

Molto più netta, e validamente confortata da teoria solida, la famosa massima della “morte dell’arte”: “nel mondo contemporaneo, l’arte sopravvive a se stessa e trascina la propria esistenza”, dice Hegel. Viene alla mente la “morte di dio” di Nietzsche. Con la differenza che mentre Nietzsche ascolta musica con il cadavere di dio accanto, Hegel continua a venerare lo Spirito in compagnia del cadavere dell’arte, un morto, però, ben vestito e oltremodo cianciato. E Hegel ha ben ragione, nonostante abbia sostanzialmente torto: l’arte dei musei, l’arte come bella arte, l’arte di Giotto, Giorgione, Caravaggio e David, quell’arte è morta. Evviva! Per il sottoscritto una seconda visita alla Galleria Borghese potrebbe essere fatale.

 

LA CATARSI

Una menzione speciale va alle considerazioni di Hegel sul “sentimento”, in particolare sulla “paura” e la “pietà”, con chiaro riferimento alla Poetica di Aristotele. Qui Hegel dimostra, semplicemente, di non aver compreso il senso della Catarsi (non ne scriverò qui, l’ho fatto abbondantemente altrove). Ma cosa altro aspettarsi da un puritano? È giusto, però, che Hegel parli per se stesso: “dall’arte si progredisce alla religione, ovvero per la religione l’arte è solo un lato […]. Questo è il motivo per cui l’arte non ha più l’interesse assoluto che aveva in precedenza. È il protestantesimo che ha portato a coscienza nel modo più netto l’inadeguatezza dell’elemento sensibile”. Occuparsi di estetica e avere in tale disprezzo l’elemento sensibile sarebbe una ragione sufficiente per chiudere le pagine di questo libro e lasciarlo all’amichevole lavoro di tarli e acari. Ma noi siamo stoici, e vogliamo sentire la lama conficcarsi fino in fondo, fino all’ultima pagina, prima di urlare, con lo sguardo di un Rocky dell’estetica, che non fa male.

 

ARTE SIMBOLICA, CLASSICA, ROMANTICA

Arriva, poi, la distinzione tra arte simbolica, classica e romantica. La prima e l’ultima sono espressioni del sublime, cioè, in varia misura, per eccesso o per difetto (lì c’è l’incapacità del contenuto, qui l’incapacità della forma sensibile), la superiorità dello Spirito sulla Materia (e che, la materia non merita una maiuscola?). L’arte classica, invece, secondo Hegel ha raggiunto il perfetto equilibrio tra spirito e materia (tutto minuscolo), in particolare nella scultura, che, di fatto, nella sua misura umana contiene e esprime il divino e la comunione con esso. E, così, siamo tornati al lungo presente della morte dell’arte (un’agonia che dura da 200 anni), allorché “il pensiero e la riflessione hanno sopravanzato la bella arte”. Si è esaurita la missione storica dell’arte, dice Hegel, e lo dice festeggiando l’avvento dello Spirito incarnato nello Stato.

 

FUORI DALLA REPUBBLICA

Mi rendo conto che, ancora una volta, e a distanza di migliaia di anni, si ripete la solfa della Repubblica dalla quale la poesia è espulsa, lì per eccesso di follia, qui per la sua negazione a forza di tesi, antitesi e sintesi. Ma c’è comunque posto per l’arte, benché morta o agonizzante. Ciò, tuttavia, è un bene. Perché seppure il nostro Hegel abbia frequentato Holderlin, evidentemente non deve aver avuto accesso alla torre nella quale il poeta si è rinchiuso per gli ultimi giorni della sua vita. Non ci ha messo piede, in fondo, non solamente in punto di morte, ma mai un giorno della sua vita.

 

ARTE COME ANIMA VISIBILE

Tutto, però, non volge al peggio. Quando leggo “l’arte deve rendere visibile l’anima” riesco a riprendere il respiro dopo averlo trattenuto per lunghe pagine di filosofismi, anche piuttosto complessi, circa la regolarità, la non conformità a leggi, l’ideale che non è l’idea e Platone e la sua progenie. “L’arte deve rendere visibile l’anima”, e ci prendiamo la libertà di pensare che quel visibile valga anche per ascoltabile, raccontabile, edificabile, fotografabile.

 

IL VERO NON AMMETTE MORALE

L’anima, l’intima essenza dell’uomo che, nella sua singolarità, unicità e specificità ci racconta poi sempre dell’uomo in generale, dell’essere umano in quanto tale. Direi, dimenticando Hegel per qualche istante, che l’anima dell’uomo sta più nelle sue scarpe che nella sua testa. E che se proprio abbiamo bisogno di bere alla fontana della verità non abbiamo alcun diritto di chiedere il colore, il sapore, la gradazione e la temperatura di ciò che berremo. E che fino in fondo ci si butta nella verità oppure bisogna restarne fuori del tutto, senza rimpianti e senza malumori. Perché la vita è breve per tutti, per i filosofi, gli artisti e perfino per gli sciocchi.

 

CONTINUA…

 

 

[1] “[…] noi chiamiamo bello un animale in quanto possiede forza e astuzia”, ci illumina Hegel, e non certo perché possiede un bancomat.

Share the Post: