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Sulle Lezioni di Estetica di Hegel. CONTINUA…

 

Nella sezione sul bello è interessante la lettura del viaggio dell’eroe. Dispiace che Joseph Campbell, per il quale nutro un’enorme stima, non abbia colto l’occasione in vita di rispondere alla lettura “storica” del modello archetipico (l’ha fatto e non l’ho letto o ascoltato da qualche parte?), in particolare lo svuotamento della funzione dell’eroe in relazione all’avvento dello stato borghese. L’ho già detto, sono campbelliano, e andiamo avanti. Mi trova sincronicamente colpito, invece, il modello interiorizzato del Pantheon greco. Dalle letture di Jung e Eliade ho mutuato la lettura archetipica delle divinità greche e sembra che Hegel, pur non usando questa terminologia, possa condividere l’idea di una proiezione dell’umano (dico umano per non compromettere il discorso complicandolo con termini come psiche o l’inconscio) di aspetti conglomerati del sé: ogni divinità del Pantheon greco rappresenterebbe (sta per) una passione, perfino più aspetti di una stessa passione declinati in forme diverse. Un essere umano, pur avendo in sé tutte le divinità, vive fasi della vita in cui è ostaggio di una singola divinità che, venendo in primo piano, eclissa tutte le altre. È quello che i greci chiamavano enthousiasmos, cioè essere abitati dalla divinità. Quando Jung dice che “gli dei sono diventati malattie” si riferisce esattamente a questo processo. Gli dei, di fatto, sono rappresentazioni del sé. Ah, se solo Hegel avesse potuto annoverare Pan tra le divinità degne di attenzione! In effetti, la visione hegeliana di uno spirito che riconosce e determina se stesso, visto in una chiave non idealistica, finisce per portare vicino alle radici della coscienza e della sue condizioni di esistenza. Ma questo è decisamente un altro capitolo della storia.

 

ELEMENTI DI VIVISEZIONE

Si scende poi nel dettaglio delle tre forme d’arte individuate da Hegel nella Storia: simbolica, classica, romantica. Per quanto riguarda l’arte simbolica, Hegel si sofferma sulla polisemia del simbolo, cioè della sua natura multiforme e dei diversi piani di lettura che il simbolo dischiude. Si passa poi alla disamina accurata dei vari aspetti dell’arte simbolica, sia per quanto riguarda le singole espressioni artistiche che per le più generali linee di sviluppo storiche che Hegel individua. Ora, se si escludesse l’aspetto deterministico e la lettura forzata nel senso dell’avvento dello Spirito nella storia umana, e quindi nella storia dell’arte, le osservazioni di Hegel sulle cosmogonie, o sulla poesia sacra, perfino quelle sulla drammaturgia sono puntuali e profonde. A volte, in effetti, si ha l’impressione di leggere, più che un testo di estetica, un manuale per artisti, per poeti e scrittori, ancor più che per scultori, pittori o musicisti. Ma sono dettagli: Hegel non fa altro che approfondire e definire specificamente l’arte simbolica, cioè quella indiana e egiziana, come arti del sublime, in cui la ricerca del contenuto e la ricerca della forma hanno dato vita a prodotti abnormi, quindi non belli. Equilibrio che, invece, Hegel ravvede nell’arte classica greca: “lo spirito è la manifestazione di se stesso. La manifestazione dello spirito è la figura umana”. È l’arte che Hegel definisce “statica”, cioè conclusa in sé, non necessitante di alcuna interferenza esterna dell’osservatore, l’unica forma di equilibrio tra materia e spirito nell’intera storia dell’arte umana. Come si sa, su questo giudizio pesano le teorie di Winckelman: una lettura della scultura classica in buona sostanza non storica ma ideologica. Tanto più che ciò che Hegel per mezzo di Winckelman considera il periodo classico è durato talmente poco nella produzione artistica greca che si deve escludere un buon ottanta per cento di ciò che per noi è l’arte greca antica, ovvero il periodo pre-classico e tutto l’ellenismo: “la forma più elevata dunque è il semplice riposare su di sé, e l’espressione più elevata appartiene quindi alla scultura delle origini. L’ideale è chiuso in sé. La scultura più tarda diventa persino drammatica, fanno il loro ingresso l’esteriorità e la finitezza. Il tratto fondamentale della presentazione rigorosa è però il riposare in sé, non la quiete fissa, ma quella spirituale, dotata di senso: la sublimità che si è fusa nella bellezza. Questa eterna quiete è l’aspetto più elevato dell’ideale classico.”

 

COME DIVIDERE L’ATOMO

Hegel non poteva essere più chiaro, perfino più chiaro del pallido chiarore delle opere di Winkelman, talmente prive della terribili e odiate “drammaticità”, “esteriorità” e “finitezza” da valere meno, ai miei occhi, del famoso cesso rovesciato di Mutt. E, in effetti, hanno qualcosa in comune: che sono opere concettuali, ovvero, per me, la vera morte dell’arte. “Quando comincia l’arte bella – scrive Hegel – la religione si corrompe. La devozione si accontenta di un’immagine qualsiasi. L’immagine più brutta le è sufficiente. Quando l’immagine si trasforma in una bella figura e la fantasia si libera, allora la severità della devozione comincia a scomparire e subentra, diventando oggetto della trasfigurazione, l’interesse dell’essere sensibile, dell’interno. […] Nella religione cristiana non sono le belle immagini quelle di cui i credenti vanno in cerca, ma le vecchie immagini rigide. Attraverso l’attrattiva dell’esistenza rappresentata si produce nel bello un allontanamento dal pensiero universale e da tutto ciò che soddisfa la devozione più profonda. Questa opposizione in generale è quella che fa il suo ingresso anche qui e fa tramontare il mondo bello degli dei. In luogo dell’arte classica deve subentrare l’arte romantica, cristiana”.

Come posso esprimere il mio disappunto? In quale maniera può essere considerata questa ricostruzione storica, di storia delle religioni e di storia dell’arte? Ammetto di non avere le conoscenze sufficienti per discutere la lettura di Hegel della religione greca (non ho ancora letto tutto Kerenyi e forse non lo farò mai, visto il personale fastidio per l’aneddotica) ma davvero si può discutere di arte solamente in una prospettiva teoretica, così astrattamente, così completamente fuori da ogni determinazione dell’estetico, addirittura sanzionando il drammatico e il sensuale come degradazione dell’artistico?

L’unico motivo per cui continuo a sottopormi allo strazio di questa lettura è il bisogno tutto personale di affrontare certe vette, chiamiamole così, del pensiero estetico, e per non subirne più né l’ombra della soggezione né, eventualmente, l’illusione ottica di una verità mancante, o mancata.

 

L’ARTE ROMANTICA

La prima parte, prima della sezione speciale, si chiude con l’analisi della forma artistica romantica. Qui è approfondito il tema già esposto: lo spirito in sé disconosce la materia come sua possibile espressione. In questo modo, tuttavia, sono liberati entrambi, perché lo spirito trova in sé, altrove rispetto all’opera, il suo autocompiacimento, e l’arte, a sua volta, può liberarsi nella molteplicità delle forme finite. Torno a ripetere che l’intera storia dell’arte, vista nella prospettiva hegeliana, se si esclude il breve, brevissimo intervallo classico, non è altro che storia della sublimità. Ciò non è un male dal mio punto di vista. Lo è, naturalmente, dal punto di vista hegeliano. E non potrebbe essere altrimenti: spirito e materia, separati alla nascita, continuano l’eterna lotta per la supremazia. Una lotta che, dal punto di vista hegeliano, ha già un vincitore e un vinto. Diciamo che al massimo si è ottenuto un pareggio. Ma è durato poco, molto poco, pochissimo.

 

SEZIONE SPECIALE

Arriviamo alla Sezione Speciale. Scrive Hegel: “…l’arte nella sua manifestazione si divide  nella seguente triplicità: I) le arti figurative; II) l’arte dei suoni; III) l’arte della parola. Vanno qui considerati solo i sensi teoretici. Odorato, gusto e senso del tatto qui non hanno parte”. E aggiunge: “…nell’arte lo spirito si rapporta agli oggetti, al bello, a ciò che appare. Gli oggetti stanno qui in un rapporto libero. Vengono solo contemplati. A questa contemplazione partecipano i sensi teoretici, il sensibile dell’arte è visibile e udibile”. A parte gli evidenti echi kantiani, qui il pregiudizio sui sensi è chiaro: la definizione di sensi teoretici, oltre che surrettizia, rivela la matrice di ogni estetica classica, ovvero la dipendenza dalla vista e dall’udito nella formulazione delle proprie categorie (armonia, composizione, equilibrio etc.). Detto più semplicemente, i sensi sono tanto più teoretici tanto meno sono compromessi con la materia. Non è questa la sede per entrare nel merito del fattore “aptico” di ogni forma d’arte, vale però la pena ricordare che la scala di valori dei sensi non ha alcun valore se non all’interno di un sistema definito e pregiudiziale. La sensazione ha subito la peggiore forma di degradazione culturale, una vera e propria crociata che ne ha salvato solamente l’aspetto più immateriale: tanto più i sensi “funzionano” a distanza dalla materia, tanto più essi sono ammessi alla corte del pensiero con onore e rispetto. Viceversa, i “sensi pratici – come li definisce Hegel – si collegano alle cose in quanto singole […] nella misura in cui anche il soggetto è un singolo, e viene in relazione con le cose singole in modo tale da annientarle”. Sono cose singole solamente quelle che possono essere toccate e annusate? Perché? E perché esse sono annientate dal tocco? La ragione è nel fatto che possono essere prese, e quindi non contemplate? Il fatto che una nota non la si possa mettere in tasca la rende teoretica? Se è vero che ogni suono è uno spostamento d’aria recepito dagli organi di senso preposti, e così vale pure per la vista con la luce, perché questa appropriazione non “annienta”? Ripeto ancora una volta che la negazione della materia, il suo oblio, è il male del pensiero occidentale. Altro che oblio dell’essere, l’oblio è quello dell’esistenza organica, la sua degradazione, un vilipendio vero e proprio.

 

LA PITTURA

Inaspettatamente, arrivano per me le pagine più intense, le più profonde, le più toccanti. Sono quelle dedicate alla pittura: “l’ideale della pittura è il romantico – scrive Hegel – nel quale la soggettività, che è per sé, costituisce la determinazione fondamentale: l’intimità spirituale.” Seguono pagine bellissime che, se tolte dalla visione deterministica in cui sono conchiuse, possono valere da vademecum su che cosa sia la pittura e come la si possa vivere ancora oggi, nonostante le riconfigurazioni del fare pittorico consegnato alla storia dell’arte.

 

LA POESIA

Le Lezioni di estetica si chiudono con l’analisi del secondo genere artistico, la musica, e del terzo la poesia. Su questo non scriverò nulla, tranne una battuta: volete una formula per la poesia perfetta? Eccola in un Boileau! (un altro Boileau).

 

CHIUSO, E NON FA MALE

E così siamo giunti alla conclusione. Mi concederò un’ultima riflessione: la fortuna delle formule è la fortuna dei loro autori. “La Bellezza salverà il mondo”, “L’arte è morta”, “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. L’arte non è morta, la bellezza non salverà il mondo e i proletari sono divisi in ogni dove. Ma anche io voglio dire la mia, inutilmente, s’intende: “Non fa male! Non fa male!”.

 

Primo Maggio 2024

Marco Marrocco

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